N. 03555/2014REG.PROV.COLL.

N. 02194/2013 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quinta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2194 del 2013, proposto dal signor Gianantonio Stuardi, rappresentato e difeso dagli avvocati Carlo Emanuele Gallo ed Alberto Romano, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultimo, in Roma, Lungotevere Sanzio, n. 1;

contro

Il Comune di Riva Presso Chieri, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Andrea Comba, Marco Coscia e Mario Contaldi, con domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Gianluca Contaldi in Roma, via Pierluigi Da Palestrina, n. 63;

per la revocazione

della sentenza del CONSIGLIO DI STATO - SEZ. V n. 4604/2012, resa tra le parti, concernente un negato mutamento di destinazione d'uso di fabbricati agricoli e artigianali.


Visti il ricorso in revocazione e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Riva Presso Chieri;

Viste le memorie difensive;

Visti gli artt. 35, comma 1, 38 e 85, comma 9, cod. proc. amm.;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10 giugno 2014 il Cons. Luigi Massimiliano Tarantino e uditi per le parti gli avvocati Alberto Romano e Gianluca Contaldi, su delega dell'avvocato Mario Contaldi;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

1. Con ricorso notificato l’8 marzo 2013 e depositato il 26 marzo 2013, il Signor Gianantonio Stuardi chiede la revocazione della sentenza del Consiglio di Stato, Sez. V, 27 agosto 2012, n. 4604. che accogliendo l 'appello incidentale del Comune di Riva Presso Chieri, in riforma della sentenza impugnata, respingeva il ricorso di primo grado e dichiarava improcedibile l’appello principale n. 4228 del 2003, proposti dall’odierno ricorrente per revocazione.

2. Il Signor Stuardi sostiene nel suo ricorso che la sentenza citata in epigrafe sarebbe affetta da due errori di fatto, che ne imporrebbero la revocazione e che l’esame dei motivi assorbiti dinanzi al TAR dovrebbe condurre al diverso esito dell’accoglimento delle sue ragioni in sede rescissoria.

3. I vizi revocatori vengono individuati dal Signor Stuardi, da un lato, nell’omessa pronuncia del Consiglio sui motivi dichiarati assorbiti dal TAR e riproposti in sede d’appello.

Il ricorrente per revocazione sostiene che le censure assorbite sarebbero state riproposte con memoria del 12 giugno 2012, in linea con quanto stabilito dalla giurisprudenza formatasi prima dell’entrata in vigore del c.p.a.

In tali censure si afferma che il TAR avrebbe dovuto rilevare che la società di cui faceva parte l’appellante non poteva ritenersi agricola e che con atto notarile del 18 gennaio 2002 la stessa aveva mutato oggetto sociale, limitandolo alla gestione ed amministrazione di immobili.

Il ricorrente inoltre lamenta l’omesso rilievo circa il mutamento dell’oggetto sociale, dal quale avrebbe dovuto desumersi che la società non poteva più svolgere attività agricola, sicché sarebbe errato in fatto che la società non poteva dirsi attiva, perché risultava dagli atti che non svolgeva più attività agricola.

4. Con memoria del 9 maggio 2014 l’amministrazione comunale rileva che, quanto ai motivi assorbiti, non si sarebbe in presenza di un errore di fatto, ma al più di un errore valutativo, atteso che il Consiglio avrebbe ritenuto dirimente l’esame del motivo di appello incidentale del comune, quindi al più si sarebbe in presenza di un difetto di motivazione, ma non di un errore di fatto revocatorio. Quanto al preteso errore di fatto sulle vicende societarie, si tratterebbe di un punto controverso valutato dal Collegio, mentre con il ricorso per revocazione sarebbe contestata l’erronea interpretazione dei documenti di causa.

5. In sede di replica, il ricorrente evidenzia tra l’altro che il riferimento ai motivi assorbiti sarebbe contenuto solo nella parte in fatto della sentenza, ma non nella parte in diritto. In ordine, invece, alla cessazione dell’attività agricola, vi sarebbe un abbaglio dei sensi, atteso che il Collegio avrebbe affermato che nulla risultava al riguardo, quando il dato di fatto in questione emergeva dagli atti di causa.

6. Il ricorso per revocazione va dichiarato inammissibile per assenza di fondate censure revocatorie.

6.1. Quanto alla prima doglianza, la stessa è infondata, poiché il Collegio non è incorso in un’omessa pronuncia.

Infatti, la impugnata sentenza del Consiglio pone chiaramente in luce come: “Lo Stuardi concludeva per l’accoglimento dell’appello con vittoria di spese e, nell’imminenza della trattazione del merito, riproponeva l’esame delle censure assorbite in primo grado, concernenti il travisamento dei fatti e l’erronea valutazione dei presupposti, l’illogicità, il difetto di istruttoria e di motivazione, l’ingiustizia grave e manifesta, lo sviamento”. Nel ragionamento svolto dal Consiglio, però, è risultata assorbente la valutazione in ordine all’esame dell’appello incidentale dalla quale questa Sezione ha tratto convincimento in ordine all’improcedibilità dell’appello incidentale. Non si registra, pertanto, alcuna omissione di pronuncia, ma una valutazione in diritto, che non può rappresentare valido motivo di revocazione.

6.2. Stessa sorte merita anche il secondo motivo di revocazione.

Infatti, non si registra alcun errore di fatto nel richiamo alla circostanza che la società non fosse attiva: la questione è al più di valutazione dell’attività in concreto svolta dalla società e della circostanza che la comunicazione del mutamento dell’oggetto sociale sia stata fatta dall’originario ricorrente in data 4 febbraio 2000, quando il provvedimento impugnato era già stato adottato in data 26 gennaio 2000.

Peraltro, la sentenza impugnata si è occupato di un punto controverso, rilevando come – per ravvisare l’insussistenza delle ragione a suo tempo addotte dall’interessato e la ragionevolezza della scelta di negare la modifica a zona artigianale della destinazione urbanistica dell’area - rilevasse la qualità di socio di una società semplice avente per oggetto l’attività agricola.

Pertanto, neanche questa censura prospetta un vizio revocatorio.

Al riguardo, occorre infatti, rammentare che secondo l’insegnamento dell’Adunanza Plenaria, n. 1 del 2013 “l’errore di fatto che consente di rimettere in discussione il decisum del giudice con il rimedio straordinario della revocazione è solo quello che non coinvolge l'attività valutativa dell'organo decidente, ma tende, invece, ad eliminare un ostacolo materiale frappostosi tra la realtà del processo e la percezione che di questa il giudice abbia avuto, ostacolo promanante da una pura e semplice errata od omessa percezione del contenuto meramente materiale degli atti del giudizio, sempre che il fatto oggetto dell'asserito errore non abbia costituito un punto controverso sul quale la sentenza impugnata per revocazione abbia pronunciato, dovendosi escludere che il giudizio revocatorio, in quanto rimedio eccezionale, possa essere trasformato in un ulteriore grado di giudizio.

7. Il ricorso per revocazione va, pertanto, dichiarato inammissibile.

Sussistono eccezionali motivi legati alla complessità delle questioni trattate per compensare le spese della presente fase del giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sul ricorso in revocazione n. 2194 del 2013, come in epigrafe proposto, lo dichiara inammissibile.

Spese compensate della presente fase del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 10 giugno 2014 con l'intervento dei magistrati:

Luigi Maruotti, Presidente

Vito Poli, Consigliere

Francesco Caringella, Consigliere

Paolo Giovanni Nicolo' Lotti, Consigliere

Luigi Massimiliano Tarantino, Consigliere, Estensore

 
 
L'ESTENSOREIL PRESIDENTE
 
 
 
 
 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 11/07/2014

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)