Pubblicato il 06/11/2018

N. 06266/2018REG.PROV.COLL.

N. 10419/2015 REG.RIC.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 10419 del 2015, proposto da
Salvatore Mariano, rappresentato e difeso dall’avv. Carlo Baccelli, e elettivamente domiciliato in Roma, al viale Angelico n. 205, presso lo studio dell’avv. Francesca Tulanti, per mandato in calce all’appello;

contro

Comune di Viterbo, in persona del Sindaco in carica, rappresentato e difeso dall’avv. Paola Conticiani, e presso il suo studio elettivamente domiciliato in Roma, al largo Messico n. 7, per mandato a margine dell’atto di costituzione nel giudizio d’appello;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. per il Lazio, Sede di Roma, Sezione 2^ bis, n. 9837 del 20 luglio 2015, resa tra le parti, con cui è stato rigettato il ricorso in primo grado n.r. 320/2010, proposto per l’accertamento del diritto al risarcimento del danno in relazione al mancato rilascio di concessione edilizia richiesta con istanza del 25 novembre 1996 e per non aver adempiuto agli obblighi scaturenti dalle sentenze del T.A.R. per il Lazio n. 744/04 e n. 1594/05 e la condanna del Comune di Viterbo al pagamento, a tale titolo, della somma di € 341.558,87


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Viterbo;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 31 maggio 2018 il Cons. Leonardo Spagnoletti e uditi per le parti gli avvocati Baccelli e Conticiani;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

1.) Il signor Salvatore Mariano, proprietario di un suolo in località “Frazione Grotte S. Stefano” del Comune di Viterbo, identificato in catasto a fg. 35, particella 590, esteso mq. 980, con istanza in data 25 novembre 1996 chiedeva il rilascio di una concessione edilizia per la realizzazione di fabbricato residenziale di due piani fuori terra, comprensivi di tre unità abitative, e un piano seminterrato, adibito a garage e munito di tre cantine, una per ciascun appartamento.

Con la determinazione dirigenziale del 3 ottobre 2000, richiamato il conforme parere negativo della commissione edilizia comunale come formalizzato nella seduta del 1° aprile 1998, l’istanza di concessione edilizia era rigettata per il rilevato contrasto dell’intervento edilizio con la destinazione di zona di P.R.G. F2 (servizi e attrezzature di livello locale) e con la legge regionale n. 86/1990.

Il provvedimento rimaneva inoppugnato.

Con la successiva nota in data 16 maggio 2001, l’interessato, dedotta la decadenza del vincolo di P.R.G., chiedeva procedersi alla ritipizzazione del suolo, con attribuzione di nuova destinazione urbanistica.

Poiché la richiesta non sortiva effetto, nonostante ulteriore sollecito in data 16 novembre 2001 e diffida notificata il 23 gennaio 2002, il signor Mariano, con ricorso impugnava il silenzio-rifiuto dell’Amministrazione comunale, al quale resisteva il Comune di Viterbo contestando la natura espropriativa del vincolo di P.R.G.

Il T.A.R. per il Lazio, dopo ordinanza istruttoria n. 9985 del 13 novembre 2002, con sentenza n. 744 del 26 gennaio 2004, ritenuta la natura espropriativa del vincolo e la sua intervenuta decadenza, accoglieva il ricorso, dichiarando l’obbligo dell’Amministrazione comunale “…di avviare -entro 90 (novanta) giorni dalla comunicazione in via amministrativa della presente decisione, o dalla notifica della stessa a cura del ricorrente- la procedura di adozione di variante urbanistica, che definisca il regime di utilizzabilità dell’area di proprietà del ricorrente stesso”.

La sentenza era comunicata a cura della Segreteria dell’ufficio giudiziario il 26 gennaio 2004 e notificata a impulso dell’interessato il 6 marzo 2004.

Dopo la notificazione in data 12 luglio 2007 di atto di diffida, il signor Mariano, proponeva ricorso per ottemperanza n.r. 10653/2004, notificato il 26 ottobre 2004.

Nel relativo giudizio non si costituiva il Comune di Viterbo e il T.A.R. accoglieva il ricorso con sentenza n. 1594 del 27 gennaio 2005.

Il giudice amministrativo capitolino rilevato che:

- la sentenza ottemperanda “…notificata il 6.3.2004 -presso il domicilio reale, in quanto, come sostenuto da parte ricorrente e non contestato dall’amministrazione, il procuratore costituito si era nel frattempo cancellato volontariamente dall’albo - deve ritenersi passata in giudicato, non essendo stata appellata, come dichiarato a verbale dell’odierna camera di consiglio dalla difesa del ricorrente”;

- non risultava che “…il Comune di Viterbo abbia provveduto a dare completa esecuzione al giudicato di cui sopra nemmeno dopo il formale atto di diffida notificato al Comune medesimo il 12.7.2004, essendosi limitato a corrispondere al ricorrente la somma di Euro 1.500,00 liquidate nella predetta sentenza a titolo di spese di giudizio”;

ordinava all’Amministrazione comunale di “…di porre in essere tutti gli atti necessari per l’esecuzione del giudicato di cui trattasi, alla luce delle motivazioni espresse nella sentenza n. 744/2004 di cui viene ordinata l’esecuzione, entro il termine di 60 (sessanta) giorni dalla comunicazione in via amministrativa della presente sentenza, ovvero dalla sua notificazione se anteriore”.

Per il caso di ulteriore inottemperanza il T.A.R. nominava quale commissario ad acta “…un dirigente tecnico della Regione Lazio, competente in materia urbanistica e edilizia, che sarà designato dall’Assessore Urbanistica e Casa della medesima Regione Lazio…” con assegnazione di ulteriore consecutivo termine di novanta giorni.

A istanza dell’interessato di cui a nota del 29 luglio 2015, con decreto assessoriale regionale n. T0538 del 28/10/2005 era designato quale commissario ad acta l’architetto Demetrio Carini che, all’esito della relativa attività, provvedeva in variante al P.R.G. ad attribuire nuova destinazione urbanistico-edilizia con deliberazione n. 1 del 16 marzo 2007, definitivamente approvata con deliberazione della Giunta Regionale n. 374 del 23 maggio 2008, pubblicata sul B.U.R.L. n. 24 del 26 agosto.

Per effetto della suddetta variante il suolo assumeva destinazione di z.t.o. B3 - saturazione e sostituzione edilizia.

Con istanza in data 16 aprile 2010 il signor Salvatore chiedeva il rilascio di permesso di costruire un fabbricato residenziale “unifamiliare” su due livelli (piano seminterrato adibito a garage/magazzino e piano terra/rialzato a destinazione abitativa).

Il Comune di Viterbo ha quindi rilasciato il permesso di costruire in data 10.3.2011, cui è seguita comunicazione dell’11 marzo 2011 in ordine all’avvio dei lavori (il 15 marzo 2011) e comunicazione del 5 novembre 2014 di avvenuta conclusione dei lavori in data 30 ottobre 2014, con successiva richiesta e rilascio del certificato di agibilità.

2.) Con il ricorso in primo grado n.r. 3204/2010 il signor Mariano aveva intanto proposto domanda di accertamento e condanna relativa al risarcimento dei danni cagionati dal diniego di concessione edilizia, emanato quattro anni dopo l’istanza, nonché dalla condotta dell’Amministrazione in relazione a “…un comportamento omissivo ed ostruzionistico costringendolo a dare corso a vari ricorsi amministrativi, tutti poi accolti” e infine all’instaurazione del giudizio di ottemperanza.

In sostanza l’interessato ha lamentato che “…il comportamento omissivo tenuto dal comune abbia arrecato gravi ed irreparabili danni al ricorrente, consistenti nei maggiori costi che dovranno ora essere affrontati per la realizzazione di quell'opera che si sarebbe potuta realizzare circa 10 anni prima se il Comune, prendendo atto della decadenza dei vincoli urbanistici previsti nel P.R.G., avesse adottato la variante urbanistica dell’area”, evidenziando l’ulteriore profilo di danno costituito “…dalla impossibilità per il ricorrente di poter disporre, in tutti questi anni, delle tre unità abitative dalle quali avrebbe ottenuto un sicuro reddito dalla loro locazione” e “…dagli ingenti costi per spese legali che lo stesso ha dovuto affrontare per dare corso ai vari giudizi innanzi al TAR del Lazio nei confronti del Comune di Viterbo”.

Richiamando perizia di stima redatta da tecnico di fiducia, l’interessato ha quantificato i danni da maggiori costi delle opere edilizie in € 109.842,080, allegando quale danno da lucro cessante relativo all’indisponibilità delle unità abitative la somma di € €. 216.000,00, in funzione del prodotto tra canone locativo medio della zona (pari a € 600,00 mensili e 7.200,00 annuali) e il periodo di tempo di dieci anni, e quale danno relativo all’altra voce le spese legali, come da esibite fatture, pari a € 15.713,79, per una somma totale di € 341.558,87.

Costitutosi in giudizio il Comune di Viterbo ha dedotto a sua volta l’infondatezza del ricorso.

Con la sentenza n. 9837 del 20 luglio 2015 il T.A.R. per il Lazio ha rigettato il ricorso in base alla seguente testuale motivazione:

La richiesta risarcitoria non può essere accolta in quanto emerge, per tabulas, che:

a) tutti gli atti iniziali hanno riguardo la costruzione di un fabbricato composto da tre unità abitative;

b) in data 16.4.2010 il ricorrente ha presentato domanda di permesso di costruire per la realizzazione di un <nuovo progetto> per la realizzazione di un fabbricato residenziale unifamiliare sulla stessa area interessata dalla variante urbanistica.

In conclusione, non potendo essere riconosciuto un danno imputabile alla PA, il ricorso deve essere respinto essendo la richiesta legata a ritardi della PA ai fini della realizzazione di un’opera mai edificata e diversa da quella alfine assentita.

Quanto al danno per spese sostenute nei precedenti giudizi il ristoro delle spese stesse doveva essere chiesto all’esito di quei medesimi giudizi e non in quello ora introdotto”.

3.) Con l’28 appello spedito per la notificazione a mezzo del servizio postale raccomandato il 2 dicembre 2015 e depositato il 18 dicembre 2015, il signor Salvatore Mariano ha impugnato la sentenza deducendo, con unico articolato motivo, in sintesi:

Erronea valutazione della documentazione in atti e del comportamento tenuto dal Comune di Viterbo in ordine alla asserita mancanza dell’elemento soggettivo (dolo o colpa) in capo all’Ente

La circostanza che l’interessato abbia realizzato opera edilizia diversa da quelle oggetto del diniego di concessione edilizia non può considerarsi preclusiva al fine del riconoscimento della responsabilità dell’amministrazione anche sotto il profilo dell’imputazione soggettiva, perché essa è dipesa proprio dal comportamento omissivo dell’ente comunale, che “…protrattosi per circa otto, ha costretto il sig. Mariano Salvatore a rivedere il suo iniziale progetto edilizio in quanto sia per l’enorme aumento dei costi per materiale e mano d'opera ed anche in considerazione della sua ormai avanzata età lo hanno indotto a ripiegare su un opera di più ridotte dimensioni rispetto a quella inizialmente progettata”.

D’altro canto gli approdi giurisprudenziali riconoscono la risarcibilità anche del danno da perdita di chances, nella specie sussistente “…per l’impossibilità a realizzare quell'opera a causa del colpevole ritardo del Comune protrattosi per circa otto anni per l'adozione della variante urbanistica”.

Peraltro “…in via del tutto subordinata, il TAR avrebbe dovuto almeno riconoscere al ricorrente il danno per i maggiori costi per materiali e mano d’opera per la realizzazione del secondo progetto che il sig. Mariano avrebbe potuto edificare fin dal 2005, se il Comune avesse tempestivamente adempiuto alle statuizioni della sentenza n. 744/2004”, tanto più la stessa sezione del T.A.R. “…ha riconosciuto il risarcimento da illegittimo silenzio rifiuto (Sent. 9470/13) anche nel caso in cui il provvedimento favorevole sia poi stato successivamente adottato”.

4.) Costitutosi in giudizio con atto depositato il 28 gennaio 2016, il Comune di Viterbo, con memoria difensiva depositata il 26 aprile 2018, ha dedotto, a sua volta, in sintesi:

- l’acquiescenza parziale, e quindi il passaggio in giudicato della sentenza gravata, quanto al capo relativo alla voce di danno concernente le spese legali “…in quanto su tale profilo non è stato sollevato alcuno specifico motivo di appello”;

- l’acquiescenza parziale, e quindi il passaggio in giudicato della sentenza gravata, con riferimento al capo della sentenza concernente il ritardo del diniego di concessione edilizia, tenuto conto della presentazione di nuova domanda di permesso di costruire;

- l’infondatezza dell’appello perché:

-- “La pretesa risarcitoria del ricorrente in primo grado fondata sull’asserito “ritardo” nel diniego del titolo edilizio di cui alla istanza del 25.11.1996 è priva di fondamento in quanto la domanda risarcitoria può essere correlabile solo ad un provvedimento favorevole emanato con ritardo e non anche, come è avvenuto nel caso in esame, quando l’Amministrazione aveva opposto diniego del titolo per contrasto con lo strumento urbanistico allora vigente”, non impugnato dall’interessato;

-- l’inesistenza di nesso causale “…tra l’assentibilità dell’intervento residenziale per effetto della intervenuta variante e l’originaria richiesta del titolo edilizio rinunciato sulla base della presentazione del nuovo progetto e della inoppugnabilità del diniego in quanto non poteva essere fornita dimostrazione che il provvedimento favorevole (rilascio del titolo) avrebbe dovuto essergli rilasciato già ab origine (ovvero dal 1996), stante il contrasto dell’intervento con l’allora vigente disciplina urbanistica e l’inoppugnabilità del diniego di titolo”.

-- l’impossibilità di riconoscere un danno da ritardo che non può essere disancorato dalla valutazione, secondo giudizio prognostico ex ante, della spettanza del bene della vita, nella specie non riconoscibile in funzione del contrasto dell’intervento edilizio con la normativa urbanistica poi variata, sicché “…la pretesa ad avere un titolo edilizio diventava attuale solo a seguito dell’approvazione della variante urbanistica”.

-- la carente prova della misura del danno, tenuto conto che:

--- “…gli asseriti maggiori costi di realizzazione dell’intervento non sono stati provati con la documentazione relativa ai pagamenti effettuati, ma solo presuntivamente ricondotti ad un ipotetico (ed indimostrato) prospetto estimativo…”;

--- “…l’invocato (ed indimostrato) ammontare del canone mensile di locazione non è assolutamente rapportabile ai valori del luogo dove era previsto l’intervento (infatti, si prendono a riferimento i dati di Viterbo e non quelli di Grotte S. Stefano che, essendo una frazione fuori della città, si presentano del tutto diversi ed inferiori secondo i valori OMI)”.

5.) All’udienza pubblica del 31 maggio 2018 l’appello è stato discusso e riservato per la decisione.

6.) L’appello in epigrafe destituito di fondamento giuridico e deve essere rigettato, con la conferma della sentenza gravata, dovendosi rilevare l’acquiescenza sul capo di sentenza relativo al danno concernente la domanda di rifusione delle spese legali.

6.1) La sentenza del T.A.R. per il Lazio n. 744 del 26 gennaio 2004 implicava, infatti, quale effetto conformativo, il solo obbligo di provvedere sull’istanza dell’interessato, non anche di attribuire al suolo destinazione edificatoria, ciò che costituisce ovvia espressione di valutazione discrezionale in funzione del contesto urbanizzativo della zona, con la conseguenza che l’amministrazione comunale avrebbe anche potuto, con congrua e corrispondente motivazione e del caso con previsione di indennizzo, riproporre il vincolo d’inedificabilità.

6.2) Dal rilievo che precede consegue che, sino all’approvazione della variante urbanistica da parte del commissario ad acta, persisteva una destinazione, quantomeno residuale (area non normata) che preclusiva della realizzazione dell’intervento edilizio come configurato nell’originaria istanza del 25 novembre 1996, oggetto di diniego non impugnato e quindi inoppugnabile.

6.3) A seguito del perfezionamento della variante, peraltro, l’interessato ha presentato un nuovo e diverso progetto edilizio che è stato assentito dall’Amministrazione comunale.

6.4) E’ quindi evidente che non può essere riconosciuto alcun danno, nemmeno da “ritardo”, con riferimento ad una iniziativa edilizia la cui legittimità era esclusa sino all’approvazione della variante, e che l’interessato ha riproposto in termini nuovi e diversi, tenuto conto che secondo giurisprudenza pacifica il danno da ritardo può configurarsi solo se e in quanto sia dimostrata la spettanza del bene della vita (cfr. tra le Cons. Stato, Sez. VI, 2 maggio 2018, n. 2624, Sez. IV, 17 gennaio 2018, n. 240, 23 giugno 2017, n. 3068, 2 novembre 2016, n. 4580, 6 aprile 2016, n. 1371) e che nel caso di specie non v’è prova di ciò, con riferimento al progetto “originario”.

7.) In conclusione l’appello in epigrafe deve essere rigettato, confermandosi la sentenza gravata.

8.) In relazione alle peculiarità della vicenda amministrativa, sussistono nondimeno giusti motivi per dichiarare compensate le spese del giudizio d’appello.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello n.r. 10419 del 2015, come in epigrafe proposto, così provvede:

1) rigetta l’appello, e per l’effetto conferma la sentenza del T.A.R. per il Lazio, Sede di Roma, Sezione 2^ bis, n. 9837 del 20 luglio 2015;

2) dichiara compensate per intero tra le parti le spese del giudizio d’appello.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’Autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 31 maggio 2018 con l’intervento dei magistrati:

Fabio Taormina, Presidente FF

Oberdan Forlenza, Consigliere

Luigi Massimiliano Tarantino, Consigliere

Leonardo Spagnoletti, Consigliere, Estensore

Daniela Di Carlo, Consigliere

 
 
L'ESTENSOREIL PRESIDENTE
Leonardo SpagnolettiFabio Taormina
 
 
 
 
 

IL SEGRETARIO