Giustizia Amministrativa

Pubblicato il 05/09/2017

N. 01783/2017 REG.PROV.COLL.

N. 02732/2016 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

(Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2732 del 2016, proposto da:
Associazione Bangladesh Cultural & Welfare Association, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato Luciano Quarta, con domicilio eletto presso il suo studio in Milano, via Lovanio, 10;

contro

Comune di Milano, in persona del Sindaco legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Antonello Mandarano, Paola Cozzi, Maria Lodovica Bognetti, Alessandra Montagnani Amendolea, Elena Maria Ferradini, Anna Maria Pavin, con domicilio eletto presso gli uffici comunali in Milano, via della Guastalla, 6;

per l'annullamento

previa sospensione

della Determinazione Dirigenziale n. 557/2015 del 4.08.2016, del Direttore Centrale Politiche Sociali e Cultura della Salute del Comune di Milano, nonché di tutti gli atti e provvedimenti presupposti, conseguenti, ovvero altrimenti connessi.


Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Milano;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 6 luglio 2017 il dott. Fabrizio Fornataro e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO

L’Associazione Bangladesh Cultural & Welfare Association impugna il provvedimento indicato in epigrafe, deducendone l’illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere, sotto diversi profili e ne chiede l’annullamento.

Si costituisce in giudizio il Comune di Milano, eccependo l’inammissibilità e l’infondatezza del ricorso avversario, di cui chiede il rigetto.

Con ordinanza n. 1664/2016, depositata in data 17 dicembre 2016, il Tribunale prende atto della rinuncia alla domanda cautelare presentata dalla ricorrente e dichiara l’estinzione della relativa fase processuale.

Le parti producono memorie e documenti.

All’udienza del 7 luglio 2017, la causa viene trattenuta in decisione.

DIRITTO

1) L’Associazione Bangladesh Cultural & Welfare Association impugna la determinazione dirigenziale n. 557/16, datata 2 agosto 2016, con cui il Direttore del Settore Politiche Sociali e Cultura della Salute del Comune di Milano ha concluso il procedimento di assegnazione in uso di immobili di proprietà comunale per finalità religiose, con la presa d’atto dell'impossibilità di procedere a detta assegnazione.

Il provvedimento si pone all’esito del procedimento aperto dal Comune di Milano con la deliberazione della Giunta Comunale n. 2010, in data 10 ottobre 2014, recante l’approvazione delle “linee di indirizzo per l'assegnazione in uso di immobili di proprietà comunale, per il loro utilizzo per finalità religiose e per ulteriori attività sociali e culturali”; in particolare, la Giunta Comunale deliberava di individuare, attraverso un bando pubblico, Associazioni o Enti cui assegnare in uso i seguenti immobili: 1. area sita in via Marignano di circa 3400 mq., localizzata nella zona di decentramento n. 4; 2. area sita in Via Santa Elia, di circa 5000 mq., localizzata nella zona di decentramento n. 8; 3. immobile sito in Via Esterle, di circa 1492 mq., localizzato nella zona di decentramento n. 2.

Con determinazione n. 1524, datata 29.12.2014, il Comune approvava l’avviso pubblico di selezione per l’assegnazione in uso dei predetti beni immobili, sulla base dell’applicazione dell’art. 72 della l.r. Lombardia n. 12/2005, nel testo allora vigente, ove si prevedeva che le aree destinate ad attrezzature religiose dovessero essere specificamente individuate come tali nel Piano dei Servizi del PGT.

In particolare, gli immobili oggetto della prevista assegnazione erano individuati quali servizi esistenti all’interno del Piano dei Servizi del PGT, sicché gli immobili stessi non presentavano una specifica classificazione a servizi religiosi, ma rientravano in particolari categorie di servizi, quali, rispettivamente, “verde urbano esistente”, “sport” e “istruzione”.

Si prevedeva, quindi, al fine di rendere tali immobili idonei all’insediamento delle attrezzature religiose, di attivare la procedura prevista dall’art. 9, comma 15, della l. r. n. 12/2005, così da specificare la destinazione urbanistica delle stesse mediante un’apposita deliberazione del Consiglio Comunale.

Difatti, la disposizione da ultimo richiamata prevede che “la realizzazione di attrezzature pubbliche o di interesse pubblico o generale, diverse da quelle specificamente previste dal piano dei servizi, non comporta l’applicazione della procedura di variante al piano stesso ed è autorizzata previa deliberazione motivata del consiglio comunale”.

Va precisato che sia la delibera di Giunta Comunale n. 2010/2014, sia la determina di approvazione dell’avviso pubblico sopra menzionata, evidenziavano la necessità di attivare l’iter procedimentale ora indicato, prevedendo che “per gli immobili ricadenti nelle disposizioni previste dall’art. 9 comma 15 della L.R. 12/05, l’assegnazione definitiva potrà avvenire dopo l’espletamento di quanto ivi previsto in relazione al Piano dei Servizi e ad opera del Consiglio Comunale”.

All’esito delle operazioni di gara, risultava la seguente graduatoria provvisoria, in ciascuno dei tre lotti: a) Lotto 1: al primo posto si collocava Centro Islamico di Milano e Lombardia, con 63,5 punti, seguito da Chiesa Shalom Gospel Church, con 34,29 punti, nonché da Centro cristiano evangelico, con 32,96 punti; b) Lotto 2; al primo posto si collocava l’Associazione Islamica di Milano, con 77,5 punti, seguita dall’ Istituto Culturale Islamico, con 55,7 punti, nonché dal Centro Islamico di Milano e Lombardia, con 51,5 punti; c) Lotto 3: al primo posto si collocava Bangladesh Cultural & Welfare Association, con 69,5 punti, seguito da Casa della Cultura Musulmana, con 59 punti, nonché dal Centro Islamico di Milano e Lombardia, con 47,9 punti.

Le graduatorie subivano successive variazioni.

In particolare, l’avviso di gara prevedeva che per ogni confessione religiosa sarebbero stati assegnati non più di due immobili; pertanto, siccome le Associazioni prime in graduatoria (Centro Islamico di Milano e Lombardia, Associazione Islamica di Milano e Bangladesh Cultura' & Welfare Association) appartenevano alla stessa confessione religiosa, si rendeva necessario adottare un criterio per l’esclusione di uno dei 3 enti.

L’amministrazione utilizzava il criterio del punteggio più basso, con la conseguenza che il Centro Islamico di Milano e Lombardia veniva escluso in relazione al lotto 1; quindi l’amministrazione, scorrendo la graduatoria, individuava un diverso assegnatario relativamente al lotto 1, quale la Chiesa Shalom Gospel Church, che occupava il secondo posto nella graduatoria relativa al lotto.

Tuttavia, con dichiarazione del 25 settembre 2015, la Chiesa Shalom Gospel Church rinunciava all’assegnazione provvisoria dell’immobile compreso nel lotto 1.

Non solo, gli artt. art. 6 e 7 dell’avviso pubblico prevedevano che non sarebbero state prese in considerazione domande provenienti da enti aventi contenziosi aperti con l’amministrazione comunale, relativi a beni immobili di proprietà dell’amministrazione stessa; quindi, il Comune, ritenendo sussistente tale condizione ostativa all’assegnazione in capo all’Associazione Bangladesh Cultural & Welfare Association, procedeva ad individuare un diverso assegnatario provvisorio del lotto 3, individuandolo nell’ente la Casa della Cultura Mussulmana, che aveva ottenuto il secondo miglior punteggio nello stesso lotto.

Nel frattempo, in relazione al lotto 2, il Comune avviava il procedimento di autoannullamento dell’assegnazione dell’immobile all’associazione collocatasi al primo posto della graduatoria, evidenziando la mancanza in capo ad essa dei requisiti di partecipazione alla selezione.

Rispetto all’assegnazione del lotto 3, il Tribunale con sentenza n. 754/2016, in data 21 aprile 2016, accoglieva il ricorso presentato dall’Associazione Bangladesh & Welfare Association, avverso il provvedimento che ne aveva disposto l’esclusione dalla graduatoria relativa al lotto stesso, ove, si ripete, si era collocata al primo posto.

Nel corso della procedura, la Regione Lombardia approvava la l.r. 2/2015, che modificava radicalmente il quadro normativo in tema di luoghi di culto e, in particolare, modificava il testo dell’art. 72 della l.r. 12/05, prevedendo l’approvazione di un nuovo strumento urbanistico ad hoc, denominato “Piano delle Attrezzature Religiose” - facente parte del Piano dei Servizi - e vietando l’installazione di nuove attrezzature religiose in mancanza di detto Piano.

La nuova legge regionale veniva impugnata dinanzi alla Corte Costituzionale dal Presidente del Consiglio dei Ministri.

Preso atto di tale situazione, il Comune di Milano manteneva ferma solo l’assegnazione provvisoria dei tre lotti, così da attendere l’esito del giudizio di costituzionalità prima di procedere alla conclusione del procedimento con un provvedimento definitivo.

Con sentenza n. 63, depositata in data 24 marzo 2016, la Corte Costituzionale dichiarava l’illegittimità costituzionale solo di alcune norme della l.r. 2/15, senza incidere sulle disposizioni che prescrivono la previa approvazione del Piano delle Attrezzature Religiose quale condizione per l’installazione di nuovi edifici di culto.

All’esito della decisione della Corte Costituzionale, preso atto del quadro normativo così delineatosi in via definitiva, il Comune avviava, con delibera di Giunta n. 761 del 27 aprile 2016, il procedimento di approvazione del Piano delle Attrezzature Religiose.

Nel contempo, considerati i tempi particolarmente lunghi della procedura di approvazione imposta dalla legge regionale n. 12/05 e la necessità di ridefinire le aree da destinare ai luoghi di culto alla luce dei nuovi vincoli introdotti dalla stessa legge, in data 12 luglio 2016, il Comune avviava anche il procedimento di presa d'atto dell’impossibilità di procedere all'assegnazione definitiva delle aree messe a bando, in ragione della sopravvenuta entrata in vigore della l.r. 2/15, concludendolo con la determinazione dirigenziale n. 557/2016, impugnata con il ricorso in esame.

2) La ricorrente lamenta, da un lato, che il provvedimento impugnato dovrebbe essere qualificato come un atto di esercizio del potere di autotutela, adottato, però al di fuori dei relativi presupposti di emanazione e, pertanto, illegittimo, dall’altro, che il provvedimento stesso sarebbe sproporzionato, perché non avrebbe preso in esame soluzioni alternative, come la possibilità di disporre comunque l’aggiudicazione del lotto 3, seppure condizionata all’esito del procedimento di approvazione del nuovo piano delle attrezzature religiose.

Infine, la ricorrente deduce l’illegittimità costituzionale della nuova l.r. n. 2/2015, nella parte in cui subordina l’assegnazione delle aree all’approvazione del piano appena richiamato.

Le censure sono infondate.

2.1) La ricorrente lamenta, in primo luogo, la violazione dell’art. 21 octies della legge 1990 n. 241, in quanto il provvedimento impugnato dovrebbe essere qualificato come una revoca, ossia un atto di autotutela in senso stretto, adottato però in difetto dei presupposti stabiliti dalla norma appena richiamata, con conseguente illegittimità dell’atto stesso.

La tesi non può essere condivisa.

Il provvedimento gravato non incide su posizioni qualificate in capo alla ricorrente, poiché il procedimento di assegnazione degli immobili si è arrestato alla fase dell’aggiudicazione provvisoria.

La giurisprudenza considera, in modo del tutto consolidato, che l’assegnazione provvisoria è un atto meramente interinale, ad effetti instabili, che non consolida alcuna posizione in capo all’aggiudicatario, perché è destinata ad essere superata dall’aggiudicazione definitiva, a sua volta espressiva di ulteriori valutazioni da parte dell’amministrazione.

Insomma, l’aggiudicazione provvisoria è un atto endoprocedimentale, interno alla procedura di individuazione dell’aggiudicatario, per sua natura inidoneo, al contrario dell'aggiudicazione definitiva, ad attribuire in modo stabile il bene della vita ed ad ingenerare un legittimo affidamento sulla spettanza del bene stesso (tra le tante: Consiglio di Stato, sez. III, 05 ottobre 2016, n. 4107).

Muovendo da tali premesse, la giurisprudenza condivisa dal Tribunale, considera che la c.d. revoca dell’aggiudicazione provvisoria non è qualificabile come espressione del potere di autotutela dell’amministrazione, perché non integra un riesame di un atto produttivo di effetti stabili in capo al destinatario, incidendo piuttosto su un atto interno al procedimento, che non può dirsi ancora concluso.

La c.d. revoca dell’aggiudicazione provvisoria è in realtà un atto di mero ritiro, per cui non può invocarsi, né quale parametro di legittimità, né a fini indennitari, l’art. 21-quinquies della 1. n. 241/1990, dato che in tale ipotesi si è di fronte al mero ritiro di una determinazione destinata, per sua natura, ad essere superata dall’emanazione dell’atto conclusivo del procedimento.

Ne consegue che il ritiro dell’aggiudicazione provvisoria non è riconducibile all’esercizio di poteri di autotutela in senso stretto, perché non interviene su un atto ad effetti stabili e durevoli e non incide su posizioni definitive e consolidate.

Di conseguenza, tale ritiro non soggiace alla disciplina dell’art. 21-quinquies (revoca) e dell’art. 21-nonies della 1. n. 241/1990 (autoannullamento), sicché è del tutto irrilevante la mancata esplicitazione delle ragioni di pubblico interesse sottese al ritiro stesso (cfr. tra le tante, TAR Lazio - Latina, sez. I, 19 settembre 2016, n. 559; Consiglio di Stato, sez. V, 2 maggio 2017, n. 1987).

Nel caso di specie è pacifico che l’amministrazione con l’atto impugnato ha inciso solo sull’assegnazione provvisoria del lotto n. 3 – per quanto di interesse della ricorrente - sicché l’atto stesso deve essere qualificato come mero ritiro e non come revoca in senso proprio; di conseguenza, non soggiace ai presupposti di adozione previsti dagli artt. 21-quinquies e 21-nonies della 1. n. 241/1990, con conseguente infondatezza della censura in esame.

Vale precisare che neppure può accogliersi la doglianza di carenza motivazionale ed istruttoria, pure prospettata dalla ricorrente, perché l’atto impugnato richiama in modo puntuale le ragioni della sua emanazione, che, del resto, riflettono dati istruttori emergenti dalla documentazione prodotta in giudizio e non superati dalle deduzioni della ricorrente.

In particolare, le ragioni sottese alla scelta dell’amministrazione di rimuovere l’aggiudicazione provvisoria sono chiaramente emergenti dal corredo motivazionale dell’atto.

Il Comune, considera, in primo luogo che la l.r. 2/2015 trova applicazione ratione temporis nel particolare procedimento, perché è entrata in vigore in data 5 febbraio 2015 e dispone che "l'installazione di nuove attrezzature religiose presuppone il piano di cui al comma 1; senza il suddetto piano non può essere installata nessuna nuova attrezzatura religiosa da confessioni di cui all'articolo 70".

Si dà atto, inoltre, che sono sottratte a tale previsione le sole attrezzature religiose esistenti alla data di entrata in vigore della stessa legge (art. 72, comma 8, 1.r. 12/2005 novellato).

Si precisa poi che “non vi è dubbio che le attrezzature religiose delle quali si controverte nella presente sede non esistevano alla data di entrata in vigore della legge suddetta, né esistono attualmente, dal momento che il bando in questione era finalizzato appunto alla loro futura realizzazione”.

Si tratta di considerazioni che riflettono il quadro normativo riferibile al caso concreto e che esprimono in modo chiaro le valutazioni svolte dal Comune, che ha preso atto delle conseguenze della novella, per effetto della quale gli immobili comunali oggetto del bando sono divenuti, nel corso del procedimento, inidonei ad essere utilizzati come luoghi di culto.

Sotto altro profilo, l’amministrazione considera che la nuova legge regionale impone un procedimento di pianificazione urbanistica di lunga durata, specificamente finalizzato a disciplinare gli immobili da destinare a luoghi di culto, prevedendo limiti e condizioni, il cui rispetto deve essere verificato mediante un’apposita procedura in relazione agli immobili oggetto dell’avviso pubblico, con conseguente inidoneità degli immobili stessi ad essere attualmente destinati a tale fine.

Sul punto, va precisato che il comma 7 dell’art. 72 della l.r. 12/2005 reca prescrizioni vincolanti in sede di elaborazione del contenuto del piano delle attrezzature religiose, imponendo il rispetto di “distanze adeguate tra le aree e gli edifici da destinare alle diverse confessioni religiose. Le distanze minime sono definite con deliberazione della Giunta regionale”, prevedendo la conservazione di “uno spazio da destinare a parcheggio pubblico in misura non inferiore al 200 per cento della superficie lorda di pavimento dell'edificio da destinare a luogo di culto”, nonché sancendo la necessaria “congruità architettonica e dimensionale degli edifici di culto previsti con le caratteristiche generali e peculiari del paesaggio lombardo, così come individuate nel PTR”.

E’ evidente che si tratta di condizioni non immediatamente riferibili agli immobili oggetto dell’avviso pubblico, la cui sussistenza dipende da specifici presupposti fattuali e provvedimentali, come l’emanazione della delibera di Giunta Regionale recante la fissazione delle distanze minime, delibera non ancora emanata.

Non solo, il primo comma dell’art. 72 cit. prevede che il piano delle attrezzature religiose venga formato sulla base delle istanze presentate dalle varie confessioni religiose, istanze neppure avanzate al tempo di adozione dell’atto gravato.

Ciò dimostra che l’individuazione delle aree idonee ad essere destinate all’installazione di attrezzature religiose postula l’esistenza di specifici presupposti, che implicano anche l’emanazione di determinazioni amministrative, sicché è del tutto infondata la tesi, sostenuta dalla ricorrente, secondo la quale l’amministrazione avrebbe errato nel ritenere insussistenti, rispetto ai fondi indicati nell’avviso, i presupposti per la loro immediata assegnazione.

In definitiva, anche per tale profilo, l’atto non solo esprime compiutamente le ragioni complessive sottese alla sua emanazione, in coerenza con l’art. 3 della legge 1990 n. 241, ma riflette con precisione la situazione esistente, sul piano giuridico e fattuale, al tempo della sua adozione.

Va, pertanto, ribadita l’infondatezza della censura in esame.

2.2) Parimenti, è destituita di fondamento la tesi secondo la quale l’amministrazione avrebbe violato i principi di proporzionalità e buona amministrazione, incorrendo in un vizio di sviamento di potere, per non avere preso in considerazione, nel quadro del provvedimento impugnato, l’adozione di altre soluzioni ed, in particolare, la possibilità di disporre l’aggiudicazione definitiva dell’area di cui al lotto 3, seppure condizionatamente all’accertamento dei presupposti per la destinazione del fondo all’installazione di attrezzature religiose, alla luce della nuova disciplina regionale.

In primo luogo, va osservato che la ritenuta violazione dei principi di proporzionalità e buona amministrazione, così come l’asserito sviamento di potere, sono solo enunciati dalla ricorrente, ma non dimostrati in relazione ai concreti presupposti per la loro configurazione.

Al di là di tale profilo, che pure rende generica la censura e, come tale, inammissibile, ai sensi dell’art. 40 cpa, va evidenziato che le ipotesi alternative prospettate dalla ricorrente, oltre ad essere prive di base normativa, sono del tutto irragionevoli e non coerenti con la fattispecie complessiva e il quadro normativo di riferimento.

Invero, si è già evidenziato che il necessario, ex lege n. 12/2005, procedimento pianificatorio relativo alle aree destinate ad attrezzature religiose è particolarmente complesso, richiede la verificazione della situazione oggettiva, comprese le distanze tra i fondi, nonché l’analisi delle istanze presentate dagli enti espressivi delle diverse confessioni religiose, delle strutture a destinazione religiosa già esistenti, della compatibilità architettonica e dimensionale degli edifici di culto da realizzare e della conservazione di spazi da destinare a parcheggio.

Non solo, l’individuazione delle aree utilizzabili a fini religiosi implica l’emanazione di provvedimenti amministrativi, come quello destinato a fissare le distanze tra gli edifici.

In tale contesto, l’adozione di un provvedimento di assegnazione definitiva da sospendere in attesa del completamento della pianificazione – secondo la tesi prospettata dalla ricorrente - si sarebbe tradotto in una sospensione con termine del tutto incerto, palesemente contrastante con esigenze di certezza delle situazioni giuridiche.

Del resto, anche l’esito del procedimento pianificatorio è del tutto incerto, poiché non vi sono concreti elementi – e la ricorrente non li ha forniti – per ritenere che i fondi, oggetto dei lotti posti a gara dal Comune di Milano, presentino le caratteristiche per la destinazione ad attrezzature religiose, sicché la sospensione ipotizzata dalla ricorrente non sarebbe stata in alcun modo funzionale alla sollecita aggiudicazione dei fondi stessi.

Piuttosto, pare evidente che l’adozione dell’aggiudicazione definitiva accompagnata dalla sospensione dei relativi effetti, in attesa del completamento dell’attività di pianificazione, avrebbe comportato un illegittimo aggravio del procedimento, senza alcuna certezza in ordine all’effettiva possibilità di destinare i tre immobili di riferimento a finalità religiose.

La scelta ipotizzata dalla ricorrente avrebbe avuto l’effetto di mantenere impegnati i concorrenti in un iter procedimentale del tutto incerto, senza alcuna concreta soddisfazione delle loro pretese e senza alcuna coerenza con l’interesse pubblico, che non si sostanzia nell’assegnazione di tre aree, qualunque esse siano, ma nell’attribuzione di fondi dotati di specifiche caratteristiche ed idonei all’installazione di attrezzature religiose.

Più in generale, va osservato che l’amministrazione non è titolare del potere di sospendere sine die un procedimento amministrativo, anzi il principio sotteso all’art. 2 della legge n. 241/1990, unitamente ai principi generali di buona amministrazione, comportano che l’amministrazione, salva l’ipotesi di proroga dei termini di conclusione di cui all’ art. 10 bis della legge medesima, ha l’obbligo di concludere il procedimento amministrativo entro un termine certo e “con un provvedimento espresso, non potendosi ammettere ipotesi di sospensione sine die del procedimento ricollegate a fattori futuri ed incerti nell’an” (tra le altre: TAR Sicilia - Catania, sez. II, 22 luglio 2016, n. 2011).

Del resto, è evidente che l’esigenza di concludere il procedimento è soddisfatta quando esso sfocia in un provvedimento capace di produrre i suoi effetti e non quando, come accadrebbe nel caso di specie seguendo la tesi della ricorrente, la produzione degli effetti è differita sine die e in ragione dell’impossibilità di accertare, al tempo di emanazione dell’atto, l’effettiva esistenza dei presupposti necessari per la sua adozione.

Certo, l’art. 21-quater della legge 1990 n. 241 prevede che l’efficacia ovvero l'esecuzione del provvedimento amministrativo può essere sospesa, per gravi ragioni e per il tempo strettamente necessario, dallo stesso organo che lo ha emanato, ovvero da altro organo previsto dalla legge, ma richiede che il termine della sospensione sia esplicitamente indicato nell'atto che la dispone e che esso può essere prorogato o differito per una sola volta, con la precisazione che “la sospensione non può comunque essere disposta o perdurare oltre i termini per l'esercizio del potere di annullamento di cui all'articolo 21-nonies”, ossia deve essere contenuta entro un termine ragionevole, comunque non superiore a diciotto mesi.

Tale disposizione, seppure assegna all’amministrazione il potere di sospendere gli effetti dell'atto amministrativo precedentemente adottato, lo configura come un potere di natura cautelare, che presuppone “gravi ragioni”, fermo restando che la sospensione deve essere di durata temporanea.

E’ dunque necessaria la possibilità di prefissare un termine che salvaguardi “l'esigenza di certezza della posizione giuridica della parte, restando così scongiurato il rischio di una illegittima sospensione sine die, che equivarrebbe a sostanziale ritiro dell'atto stesso” (cfr., in termini, Consiglio di Stato, sez. V, 4 marzo 2008, n. 904; Consiglio di Stato, sez. VI, 11 febbraio 2011, n. 905; T.A.R. Puglia Lecce, sez. III, 26 aprile 2017, n. 636).

La necessità dell’indicazione espressa di un termine finale di efficacia del provvedimento di sospensione non può essere surrogata, come ipotizzato dalla ricorrente, dal riferimento ad un avvenimento futuro ed incerto nell’an e nel quando, come il riconoscimento ai fondi di cui si tratta del carattere di idoneità per la destinazione ad attrezzature religiose, perché ciò si risolve nella introduzione di un termine di durata non chiaramente, né univocamente predeterminata (cfr. in argomento: Tar Puglia Lecce, sez. III, 26 aprile 2017, n. 636).

Ne deriva l’infondatezza della censura in esame.

2.3) Con il terzo motivo di impugnazione la ricorrente eccepisce l’illegittimità costituzionale degli artt. 4, commi 1 e 2, 70, commi 1 e 2, 71 comma 1 e 72 commi 1, 2 e 5 della L.R. 2/2015, con riferimento al parametro costituzionale degli artt. 3, 8, 19 e 20 Cost., evidenziando che il dettato legislativo introdurrebbe un’illegittima “preclusione alla installazione con qualsiasi forma, di nuovi luoghi di culto e di ogni altro genere di infrastruttura funzionale all'esercizio della libertà di culto in forma individuale ed associata, peraltro, in evidente disparità di dignità e di trattamento rispetto a confessioni religiose diverse da quella musulmana, alla cui professione ricorrente associazione è votata”.

In particolare, la ricorrente sostiene che contrasta con i parametri costituzionali suindicati, la prevista preclusione all’installazione di attrezzature religiose, in assenza di preventiva adozione del piano delle attrezzature religiose, con riferimento a qualunque tipo di edificio riconducibile alla professione di una fede religiosa.

La questione è manifestamente infondata.

Invero, la Corte Costituzionale con la già richiamata sentenza n. 63 del 24 marzo 2016, ha già riconosciuto la legittimità costituzionale della scelta del legislatore regionale di subordinare l’installazione di attrezzature religiose ad una specifica attività di pianificazione, evidenziando come la “disciplina la pianificazione urbanistica dei luoghi di culto, attiene senz'altro al governo del territorio, cosicché, riguardata dal punto di vista materiale, rientra nelle competenze regionali concorrenti, ai sensi dell'art. 117, terzo comma, Cost. (ex plurimis, sentenze n. 272, n. 102 e n. 6 del 2013)… occorre ribadire che la legislazione regionale in materia di edilizia del culto trova la sua ragione e giustificazione - propria della materia urbanistica - nell'esigenza di assicurare uno sviluppo equilibrato ed armonico dei centri abitativi e nella realizzazione dei servizi di interesse pubblico nella loro più ampia accezione, che comprende perciò anche i servizi religiosi (sentenza n. 195 del 1993)”.

Pertanto, continua la Corte, “la Regione è titolata, nel governare la composizione dei diversi interessi che insistono sul territorio, a dedicare specifiche disposizioni per la programmazione e realizzazione di luoghi di culto; viceversa, essa esorbita dalle sue competenze, entrando in un ambito nel quale sussistono forti e qualificate esigenze di eguaglianza, se, ai fini dell'applicabilità di tali disposizioni, impone requisiti differenziati, e più stringenti, per le sole confessioni per le quali non sia stata stipulata e approvata con legge un'intesa ai sensi dell'art. 8, terzo comma, Cost.”.

Tanto basta per evidenziare come la subordinazione dell’installazione di attrezzature religiose ad una specifica attività di pianificazione e programmazione, oltre ad essere in sé legittima sul piano costituzionale, perché attiene alla disciplina di una materia rimessa alla legislazione regionale concorrente, non è di per sé idonea ad introdurre discriminazioni tra le diverse confessioni religiose e, del resto, la ricorrente non ha neppure indicato in concreto i profili in base ai quali la previsione della necessaria pianificazione sarebbe portatrice di conseguenze discriminatorie per lei pregiudizievoli..

Va, pertanto, ribadita la manifesta infondatezza dell’eccezione di illegittimità costituzionale sollevata dalla ricorrente.

3) In definitiva, il ricorso è infondato e deve essere respinto.

Le spese seguono la soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

P.Q.M.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Quarta),

definitivamente pronunciando, respinge il ricorso indicato in epigrafe.

Condanna la parte ricorrente al pagamento delle spese di lite in favore dell’amministrazione resistente, liquidandole in euro 4.000,00 (quattromila), oltre accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 6 luglio 2017 con l'intervento dei magistrati:

Angelo Gabbricci, Presidente

Fabrizio Fornataro, Consigliere, Estensore

Roberto Lombardi, Primo Referendario

 
 
L'ESTENSOREIL PRESIDENTE
Fabrizio FornataroAngelo Gabbricci
 
 
 
 
 

IL SEGRETARIO