Giustizia Amministrativa

N. 00025/2015 REG.RIC.

N. 01078/2016 REG.PROV.COLL.

N. 00025/2015 REG.RIC.

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia

(Sezione Seconda)

ha pronunciato la presente

SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 25 del 2015, integrato da motivi aggiunti, proposto da:
Associazione Al Baraka di Melegnano, C.A.M. di M. Sabbatini & C. s.a.s., rappresentate e difese dagli avv.ti Luigi Decio e Giovanna Lenti, con domicilio eletto presso lo studio del primo in Milano, Via Filippo Corridoni, 11

contro

Comune di Melegnano, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avv.ti Alberto Fossati e Cristina Ciarcià, con domicilio eletto presso lo studio del primo in Milano, Corso di Porta Vittoria, 28

nei confronti di

Azienda Sanitaria Locale della Provincia di Milano 2;

per l'annullamento

A) del provvedimento emesso in data 20.10.2014 dal responsabile dell’area governo del territorio del Comune di Melegnano, avente ad oggetto “permesso di costruire n. P25/2013 - Via Morandi n. 15. Cambio di destinazione d'uso da capannone di uso industriale a centro culturale e luogo di culto - Diniego definitivo del permesso di costruire”, nonché del presupposto parere negativo espresso dall’ASL Milano 2 in data 17.7.2014 e del verbale della conferenza di servizi del 18.7.2014: atti impugnati con il ricorso principale;

B) dell’ordinanza n. 72 del 12.5.2015, con cui il responsabile dell’area governo del territorio ha intimato al legale rappresentante dell’associazione Al Baraka la “sospensione immediata dell’uso dell’immobile per attività culturali e di culto difformi dal permesso di costruire n. 21/2011 che prevedeva un uso per attività produttive”: atto impugnato con ricorso per motivi aggiunti depositato in data 25.6.2015;

C) dell’ordinanza contingibile e urgente del Sindaco del Comune di Melegnano n. 91 del 24.6.2015, avente a oggetto il divieto di uso dell’immobile “per lo svolgimento di attività culturali e/o di culto”: atto impugnato con ricorso per motivi aggiunti depositato in data 24.9.2015.


Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;

Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Melegnano;

Viste le memorie difensive;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 12 maggio 2016 il dott. Angelo Fanizza e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

Con ricorso ritualmente proposto l’associazione Al Baraka di Melegnano e la società C.A.M. di M. Sabbatini e C. s.a.s. hanno impugnato, chiedendone l’annullamento, il provvedimento emesso in data 20.10.2014 dal responsabile dell’area governo del territorio del Comune di Melegnano, avente ad oggetto “permesso di costruire n. P25/2013 - Via Morandi n. 15. Cambio di destinazione d'uso da capannone di uso industriale a centro culturale e luogo di culto - Diniego definitivo del permesso di costruire”, nonché il presupposto parere negativo espresso dall’ASL Milano 2 in data 17.7.2014 e il verbale della conferenza di servizi del 18.7.2014.

Le ricorrenti hanno premesso di essere “rispettivamente, conduttrice e proprietaria del capannone ed area pertinenziale circostante siti in Comune di Melegnano, Via Morandi n. 15” e che secondo “le disposizioni del vigente P.G.T. del Comune di Melegnano il suindicato compendio immobiliare ricade in Zona produttiva normata dall'art. 17 delle N.T.A. al P.G.T.. In particolare, questo ultimo articolo prevede che, tra gli usi ammessi in detta Zona produttiva, via siano -ai sensi dell'art. 13.4, 13.7 e 13.8 - anche le "Sedi di associazioni, fondazioni, centri culturali, partiti e sindacati", i "Servizi per il tempo libero (sportivi, ricreativi, culturali, Indici, etc.)" nonché gli "Usi di interesse comune", tra i quali, stando all'elencazione contenuta al successivo punto 10 del medesimo art. 13, anche i servizi religiosi" (cfr. pag. 3).

Hanno soggiunto che in data 16.4.2012 (nel frattempo era stato ottenuto il permesso n. 21/2011, rilasciato dal Comune in ragione della necessità di ricostruire il capannone dopo un incendio verificatosi nel 2010) è stato approvato un piano di caratterizzazione dell’area in questione, da cui sarebbe emerso il rispetto dei “limiti di cui alla Colonna B della Tabella 1 dell'Allegato 5 della Parte IV del D.Lgs. n. 152/2006, relativi alle concentrazioni di soglia di contaminazione nel suolo e nel sottosuolo riferiti alla destinazione d'uso commerciale ed industriale” (cfr. pag. 4).

In data 24.10.2013, “una volta ultimati i lavori di ricostruzione del capannone, l'Associazione Al Baraka, conduttrice di quest'ultimo, ha chiesto al Comune di Melegnano il rilascio di un p.d.c. per cambio di destinazione d'uso del capannone da industriale a centro culturale e luogo di culto” (cfr., ancora, pag. 4), ma in occasione della conferenza di servizi, a tal fine indetta dall’Amministrazione comunale, l’ASL Milano 2 “si esprimeva negativamente in merito al rilascio del P.d.C. richiesto (pratica P25/2013), affermando che vista la richiesta dell'Associazione Al Baraka di destinare l'immobile ad uso centro culturale e luogo di culto, con permanenza di persone, non destinate ad attività produttive, in particolare categorie fragili, quali bambini, donne, anziani, soggetti alla massima tutela sanitaria; si ritiene necessario che per le concentrazioni soglia di contaminazione, si faccia riferimento alla Colonna "A" della stessa tabella” (cfr. pag. 5).

Sulla scorta di tale parere il Comune di Melegnano ha emesso l’impugnato provvedimento, la cui legittimità è stata censurata, con unico motivo, per violazione e falsa applicazione della tabella 1 dell’Allegato 5 al Titolo V della Parte IV del D.Lgs. n. 152/2006, dell’art. 10 bis della legge 241/1990, nonché per eccesso di potere per difetto d’istruttoria e di motivazione, nonché per illogicità.

In particolare, le ricorrenti hanno dedotto che l’obbligo di motivazione non sarebbe stato assolto, avendo l’Amministrazione fatto mero richiamo “ad un atto endoprocedimentale (nel caso di specie il parere dell'ASL), senza invece alcuna presa di posizione e controdeduzione alle contestazioni mosse con la memoria ex art. 10 bis L. n. 241/1990” (cfr. pag. 8).

Dopo aver illustrato la differente disciplina di cui alle colonne A e B della tabella regolante la “concentrazione soglia di contaminazione nel suolo e nel sottosuolo riferiti alla specifica destinazione d'uso dei siti da bonificare”, hanno sostenuto che “i valori di riferimento nel caso di specie devono essere non già quelli di cui alla Colonna A, ma quelli di cui alla Colonna B, comunque previsti dal legislatore come adatti a destinazioni d'uso che prevedano permanenza di persone anche per periodi relativamente prolungati, senza necessità di previa bonifica” e che “quand'anche nella denegata e non creduta ipotesi in cui non si volesse accedere alla sopra esposta tesi interpretativa delle disposizioni normative in materia, appaiono comunque decisivi, a superamento di quanto erroneamente asserito nel parere negativo reso dall’ASL in data 17.07.2014 e a conferma dell'erroneità dei provvedimenti impugnati, i risultati della "valutazione preliminare di rischio sanitario-ambientale" all'uopo commissionata dalla ricorrente C.A.M.” (cfr. pag. 12).

Si è costituito in giudizio, con memoria formale, il Comune di Melegnano (16.2.2015).

Con ricorso per motivi aggiunti depositato il 25.6.2015 le ricorrenti hanno, inoltre, impugnato l’ordinanza n. 72 del 12.5.2015, con cui il responsabile dell’area governo del territorio ha intimato al legale rappresentante dell’associazione Al Baraka la “sospensione immediata dell’uso dell’immobile per attività culturali e di culto difformi dal permesso di costruire n. 21/2011 che prevedeva un uso per attività produttive”, deducendone l’illegittimità in via derivata sulla base del motivo proposto con il ricorso principale.

In data 14.7.2015 le parti hanno presentato una domanda congiunta di rinvio dell’udienza in Camera di Consiglio del 23.7.2015, e ciò in considerazione della necessità di impugnare l’ordinanza contingibile e urgente del Sindaco del Comune di Melegnano n. 91 del 24.6.2015, avente a oggetto il divieto di uso dell’immobile “per lo svolgimento di attività culturali e/o di culto”.

Tale ordinanza è stata impugnata con ricorso per motivi aggiunti depositato il 24.9.2015, con cui è stata dedotta l’illegittimità sia in via derivata (facendosi ulteriore richiamo al motivo proposto con il ricorso principale), sia in via autonoma per violazione dell’art. 50 del D.lgs. 267/2000 ed eccesso di potere per erroneità e travisamento dei presupposti di fatto e di diritto, difetto d’istruttoria, contraddittorietà, irragionevolezza e disparità di trattamento.

In particolare, le ricorrenti hanno dedotto che tale provvedimento sarebbe stato emesso sempre e solo “sulla scorta dell’apodittico (ma indimostrato) assunto” secondo cui l’attività di culto comporterebbe un pericolo per la salute dei soggetti che frequentano il centro (cfr. pag. 14) e che, mediante il richiamo al parere negativo dell’ASL Milano 2, il Sindaco “si è avvalso, nella fattispecie, di un potere (…) al di fuori degli stretti confini cui la norma attribuisce tali poteri e, comunque, per il raggiungimento di finalità (quella della chiusura del luogo di culto di cui si controverte) non rientranti fra quelle cui la norma sull'esercizio del potere contingibile ed urgente in materia di sanità pubblica è preordinato” (cfr. pag. 17).

Inoltre, l’Amministrazione non avrebbe tenuto conto che “nella particolare fattispecie in questione, i soli soggetti che accedono nell'immobile di Via Morandi n. 15 sono i membri dell'Associazione Al Baraka e non già altri non meglio identificati soggetti, ragion per cui non vi sarebbe, comunque, in ipotesi, alcun rischio per la salute pubblica di una moltitudine indifferenziata di cittadini” (cfr. pag. 18) e che “i locali utilizzati per il culto da parte dei testimoni di Geova, anch'essi ricadenti all'interno del predetto perimetro dell'area ex Chimica Saronio non risultano essere mai stati bersaglio di ordinanze di chiusura (e/o sgombero) né, tantomeno, di ordinanze contingibili ed urgenti per la salvaguardia della salute pubblica, al pari, peraltro, sia dei fabbricati residenziali con verde privato del quartiere limitrofo abitato da alcune centinaia di persone da oltre 30 armi, sia degli edifici recentemente interessati da interventi di sopralzo, anche loro tutti ricompresi nel perimetro dell'area ex Chimica Saronno” (cfr. pag. 19).

In data 25.9.2015 il Comune ha depositato una memoria in cui ha preliminarmente eccepito l’improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza d’interesse richiamando la legge regionale 2/2015, con cui è stata riformata “la disciplina urbanistica per le attrezzature religiose della lr 12/2005, riducendo i poteri di pianificazione comunale, i quali devono ora esplicarsi mediante il nuovo strumento del piano per le attrezzature religiose (art. 72, 1r 12/2005), da redigere ed approvare solo quando la Regione avrà provveduto ad istituire la consulta regionale (art. 70, comma 2 quater) per l’espressione del parere obbligatorio di accertamento della natura religiosa dell'ente interessato, di cui all'art. 70, comma 2 bis, e la Giunta regionale avrà stabilito con propria deliberazione le distanze minime da osservare tra i siti destinati a queste attrezzature (art. 72, comma 7, lett. c)” (cfr. pag. 4); nel merito, dopo aver premesso che “il terreno ed il fabbricato sul quale esso insiste sono stati bonificati allo specifico fine di raggiungere i valori necessari per l'esclusiva destinazione industriale e non per altre”, e che, dunque, “anche i risultati della (…) verifica preliminare non hanno spostato i termini della questione, perché da essi, pur emergendo, in relazione alle destinazioni d'uso della Colonna B, che non vi sarebbe pregiudizio per le persone, non ha potuto che confermare l'incompatibilità del sito con i valori prescritti con la destinazione residenziale, assunti come parametri cautelativi dall'ASL e dal Comune” (cfr. pag. 3), ha eccepito che l’atto di diniego “ha gli stessi presupposti vincolati dell’atto positivo” (cfr. pag. 5), oltre al fatto che “le attività che costituiscono le finalità dell'oggetto sociale (…) determinano ed hanno determinato un notevole afflusso non episodico e non momentaneo: 400 persone di ogni genere di età (…), tra cui, ovviamente, i soggetti che l’ASL ha qualificato come fragili” (cfr. pag. 6); con riguardo al primo ricorso per motivi aggiunti, l’Amministrazione ha opposto che “l’area de qua è destinata anche a servizi religiosi (…), ed infatti il Comune non ha mai contestato che l’uso “centro culturale e luogo di culto” contrasti con le destinazioni d'uso previste dal PGT, né lo ha fatto con gli atti impugnati”, sottolineando, quindi, che “il contrasto segnalato non riguarda la conformità urbanistica della destinazione d'uso, ma la non compatibilità della destinazione con i valori di inquinamento riscontrati” (cfr. pagg. 9 – 10).

Con ordinanza del 30 settembre 2015, n. 1275 la Sezione ha ritenuto che gli interessi sottesi alla controversia potessero essere meglio tutelati attraverso una sollecita definizione del giudizio nel merito, ai sensi dell’art. 55, comma 10 del codice del processo amministrativo.

In vista dell’udienza di discussione del 12 maggio 2016 le parti hanno depositato le rispettive memorie e repliche.

In particolare:

- nella memoria dell’11.4.2016 il Comune di Melegnano si è riportato a quanto precedentemente eccepito;

- nella memoria dell’11.4.2016 le ricorrenti hanno opposto all’eccezione preliminare di improcedibilità del ricorso che “laddove le previsioni contenute nella citata L.R. n. 2/2015 modificativa degli artt. 70 e 72 delle legge urbanistica regionale dovessero essere ritenute applicabili al caso che ci occupa, sarebbe del tutto ingiusto, illegittimo e contrario ai principi di buona amministrazione, impedire, a tempo indeterminato, il suindicato cambio d’uso in attesa della stipula della convenzione di cui all’art. 70, comma 2 ter della L.R. n. 12/2005, o dell’approvazione – da parte del Comune – del piano delle attrezzature religiose di cui all’art. 72 della medesima L.R., posto che la legge regionale in parola non prevede alcun termine perentorio per i suddetti incombenti” (cfr. pag. 9);

- nelle memorie di replica, depositate entrambe in data 21.4.2016, le parti hanno ribadito le rispettive posizioni.

All’udienza del 12 maggio 2016 la causa è stata trattenuta per la decisione.

Preliminarmente, va respinta l’eccezione di improcedibilità del ricorso per sopravvenuta carenza d’interesse, opposta dal Comune di Melegnano.

Il comma 2 ter dell’art. 70 della legge regionale 12/2005, inserito dalla legge regionale 3/2015, ha previsto che “ai fini dell’applicazione delle disposizioni del presente capo gli enti delle confessioni religiose di cui ai commi 2 e 2 bis devono stipulare una convenzione a fini urbanistici con il comune interessato”.

L’art. 72 ha, però, integrato tale disciplina stabilendo che “le aree che accolgono attrezzature religiose o che sono destinate alle attrezzature stesse sono specificamente individuate nel piano delle attrezzature religiose, atto separato facente parte del piano dei servizi, dove vengono dimensionate e disciplinate sulla base delle esigenze locali, valutate le istanze avanzate dagli enti delle confessioni religiose di cui all’articolo 70” (comma 1), inoltre prevedendosi, al comma 5, che “i Comuni che intendono prevedere nuove attrezzature religiose sono tenuti ad adottare e approvare il piano delle attrezzature religiose entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della legge regionale” n. 2/2015 (cioè il 6.2.2015).

La disciplina delineata dalla legislazione regionale è, dunque, fondata sulla diretta partecipazione delle confessioni religiose alla proposta di insediamento, quest’ultima suscettibile di essere accolta e, quindi, recepita dal Comune nel piano delle attrezzature religiose (da adottare entro un termine che, tuttavia, pare ordinatorio, come persuasivamente opposto dalle ricorrenti), il quale dovrà tenere conto di molteplici elementi di valutazione (tra i quali, ad esempio, la presenza di strade di collegamento adeguatamente dimensionate; opere di urbanizzazione primaria; distanze adeguate tra le aree e gli edifici da destinare alle diverse confessioni religiose, da definirsi con deliberazione della Giunta regionale)

Ne deriva l’impossibilità di pronosticare, ad oggi, come certo l’accoglimento della futura domanda di insediamento dell’associazione ricorrente, il che sostanzia l’interesse ad evitare che, ove quest’ultima dovesse proporre l’immobile controverso quale sede della propria attività di culto, tale proposta non sia respinta a causa del consolidamento degli effetti del diniego di sanatoria oggetto di impugnazione.

Nel merito, il ricorso è, però, infondato e va, pertanto, respinto.

Nel verbale di riunione della conferenza di servizi del 18.7.2014 si è dato atto:

- che “l’area ove insiste il fabbricato – che è oggetto di ricostruzione a seguito di incendio – ha ottenuto lo svincolo da parte della Regione Lombardia per le attività previste alla colonna B della tabella n. 1 dell’allegato 5 al D.lgs. 152/2006 (siti ad uso commerciale e industriale), (…), mentre l’associazione Al Baraka intende svolgervi (…) tutte le attività di cui all’art. 3 dello statuto”: tra queste, si segnalano quelle di “mantenere, sostenere e salvaguardare la fede islamica”, “promuovere, organizzare, sviluppare (…) manifestazioni, spettacoli, eventi, concerti” e “promuovere attività sociali e sanitarie di ogni tipo” (art. 3 dello statuto);

- che, ad avviso dell’ASL Milano 2, “l’attività di culto e centro culturale che si andrà a svolgere nell’immobile oggetto di permesso non rientra tra quelle produttive e/o commerciali, pertanto i valori da rispettare sono quelli riportati nella colonna A della tabella n. 1 dell’allegato 5 al D.lgs. 152/2006 e s.m.i. Da ciò ne deriva che l’attività non è compatibile con il grado di inquinamento dell’area”.

Sul piano dell’inquadramento dei profili urbanistici, cui pure le parti hanno fatto richiamo nei rispettivi scritti, il Collegio richiama una recente pronuncia della Sezione (17 febbraio 2016, n. 344), la quale, nel definire una controversia di carattere simile a quella odierna (si trattava, nella specie, del cambio della destinazione d’uso da laboratorio industriale in sede di associazione culturale), ha statuito che “l’art. 23 bis del DPR 380/2001 individua una serie di categorie funzionali autonome e il passaggio dall’una all’altra – anche senza opere edilizie – configura un mutamento di destinazione d’uso rilevante sotto il profilo urbanistico. Orbene, la categoria “produttiva e direzionale” di cui alla lettera b) del comma 1 dell’articolo citato, nella quale può comprendersi quella a laboratorio industriale, non può consentire attività culturali e formative – in senso lato – che l’associazione asserisce di svolgere”.

Peraltro, nella giurisprudenza si registrano, altresì, pronunce connotate da valutazioni più flessibili, improntate alla ponderazione del “maggior peso urbanistico effettivamente incidente sul tessuto urbano” (cfr. Consiglio di Stato, sez. V, 3 maggio 2016, n. 4188, con cui è stata annullata un’ordinanza di chiusura e di ripristino dello stato dei luoghi adottata da un Comune veneto per l’abusivo mutamento di destinazione d’uso di un immobile da produttivo-artigianale a luogo di culto).

Nel presente giudizio, tuttavia, la questione dirimente non riguarda la compatibilità urbanistica dell’area con la destinazione a fini di culto (circostanza non contestata tra le parti ai sensi dell’art. 64, comma 2 del codice del processo amministrativo), quanto la legittimità di un diniego di permesso di costruire motivato sull’assunto che “l’attività di culto e centro culturale non risulta compatibile con il grado di inquinamento presente nell’area in questione, poiché i valori da rispettare sono quelli della colonna A della tab. 1 parte IV del D.lgs. 152/2006”.

A confutazione del presupposto parere sfavorevole espresso dall’ASL, le ricorrenti hanno allegato una valutazione preliminare di rischio sanitario-ambientale, elaborata nel mese di settembre 2014 (quindi poco dopo la riunione della conferenza di servizi e prima dell’adozione dell’impugnato diniego di sanatoria).

In tale elaborato:

a) si è specificato che “i campionamenti eseguiti in contraddittorio con ARPA Lombardia – Dipartimento di Milano hanno evidenziato concentrazioni entro i limiti per l’uso industriale mentre sono state evidenziate alcune non conformità per l’uso residenziale”;

b) si è dato conto delle risultanze di un’analisi di rischio sanitario e ambientale, affermandosi che “le CSR massime ammissibili per quel sito risultano tutte superiori alle massime concentrazioni rilevate”: sarebbe a dire che i livelli di contaminazione delle matrici ambientali sarebbero, nel caso specifico, non pericolosi per la salute umana;

c) nonostante l’ammessa esistenza di “concentrazioni superiori alle CSC indicate nella normativa per la destinazione d’uso residenziale”, si è, tuttavia, concluso che “il sito non presenta rischi né per la salute umana né per la falda ed è da considerare non contaminato”, in quanto “le concentrazioni rilevate nei campioni di terreno provenienti dal suolo superficiale e da quello profondo sono inferiori alle CSR identificate in precedenza”.

Ad avviso del Collegio gli assunti tecnici allegati dalla ricorrente non possono fondare l’illegittimità del giudizio espresso dall’ASL Milano 2, che invece è da ritenersi pienamente attendibile in quanto si è attestato su una valutazione prudenziale circa il rischio di superamento della soglia di concentrazione, in sintonia con il principio di precauzione e prevenzione che permea tutta la disciplina di cui al d.lgs. 152/2006 e che è espressamente sancito nell’art. 301 (“in applicazione del principio di precauzione di cui all'articolo 174, paragrafo 2, del Trattato CE, in caso di pericoli, anche solo potenziali, per la salute umana e per l'ambiente, deve essere assicurato un alto livello di protezione”).

Quanto, poi, al rilievo connesso alla presenza di “categorie fragili”, quali bambini, donne e anziani, la valutazione espressa dall’Amministrazione è da considerare parimenti attendibile, tenuto conto, non ultimo, del fatto che l’art. 4 dello statuto prevede che “il numero dei soci è illimitato e non può essere inferiore al minimo stabilito dalla legge”: il che conferma l’indeterminatezza dell’effettivo flusso di affluenza nell’immobile controverso, irrilevante essendo il requisito della previa iscrizione all’associazione.

Conseguentemente, pur non ponendosi una preclusione assoluta per il futuro insediamento del luogo di culto (ma con le prescrizioni tecniche oggetto del contendere), l’impugnato diniego deve ritenersi legittimo.

La rilevanza del profilo di tutela sanitaria, emergente nel parere dell’ASL, è, poi, alla base dei provvedimenti impugnati con i due ricorsi per motivi aggiunti, emessi sull’ulteriore rilievo che l’attività di culto sarebbe perdurantemente esercitata nell’immobile di Via Morandi n. 15 (cfr. nota del Sindaco di Melegnano al Prefetto di Milano del 3.12.2015).

Quanto all’ordinanza n. 72 del 12.5.2015, con cui il responsabile dell’area governo del territorio ha intimato al legale rappresentante dell’associazione Al Baraka la “sospensione immediata dell’uso dell’immobile per attività culturali e di culto difformi dal permesso di costruire n. 21/2011”, la cui legittimità è stata censurata per invalidità derivata, si tratta di un provvedimento che costituisce una logica conseguenza dell’insussistenza dei presupposti per la sanatoria.

Considerazioni analoghe vanno estese all’ordinanza contingibile e urgente del Sindaco del Comune di Melegnano n. 91 del 24.6.2015, avente a oggetto il divieto di uso dell’immobile “per lo svolgimento di attività culturali e/o di culto”, motivata dalle legittime esigenze di tutela sanitaria di cui più sopra si è detto, congruenti con i poteri delineati dal combinato disposto tra gli artt. 50 e 54 del D.lgs. 267/2000, che disciplinano i compiti e le funzioni del Sindaco quale ufficiale del Governo: il che determina la reiezione della seconda censura proposta con il ricorso per motivi aggiunti depositato il 24.9.2015.

Dall’esame degli atti è, in particolare, risultato che “le assemblee religiose si svolgono nei giorni di venerdì di ogni settimana coinvolgendo oltre cento persone”, il che dimostra la notevole entità dell’afflusso di associati, che perdura da oltre sei mesi dal provvedimento sindacale pure a fronte della rilevata incompatibilità tra la presenza di categorie fragili e le soglie di concentrazione dei contaminanti.

In conclusione, il ricorso va respinto.

La novità della questione trattata giustifica l’integrale compensazione tra le parti delle spese processuali.

P.Q.M.

il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione Seconda), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Milano nella camera di consiglio del giorno 12 maggio 2016 con l'intervento dei magistrati:

Mario Mosconi, Presidente

Antonio De Vita, Consigliere

Angelo Fanizza, Primo Referendario, Estensore

 
 
L'ESTENSOREIL PRESIDENTE
 
 
 
 
 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 25/05/2016

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)